In parte film poliziesco, in parte thriller psicologico, Mystic River trascina lo spettatore in una spirale di odio e di violenza che si concluderà con il più sanguinoso ed amaro degli epiloghi, in un finale straziante e privo di catarsi in cui, mentre la città è impegnata a festeggiare la parata del Columbus Day, i vari personaggi dovranno fare i conti con se stessi e con il peso delle proprie azioni. La regia lucida e controllata di Eastwood, autore anche della colonna sonora, dà un taglio decisamente realistico alla pellicola (caratterizzata dai toni notturni della fotografia di Tom Stern) e fa un ampio uso dei primi piani per mettere in risalto le prove degli interpreti; primi fra tutti un superlativo Sean Penn, vincitore del premio Oscar e del Golden Globe come miglior attore, e un altrettanto bravo Tim Robbins, premiato con l’Oscar come miglior attore supporter per il suo tormentato ritratto di Dave. Il cast di attori è notevole, la regia impeccabile, solo la sceneggiatura mi pare il lato debole, per questo non ho dato 5 stelle.

Non è facile costruire un film su un solo attore (se si escludono il cane, i vampiri, qualche flashback e due superstiti), e il day by day del protagonista è scandito con lentezza, quasi a voler fare respirare allo spettatore il senso di solitudine. A dispetto della necessità di includere la componente horror (le scene d’azione sono presenti per coinvolgere il target giovane), a parte la mezz’ora finale, Io sono leggenda, si concentra sul singolo, sull’uomo che poteva cambiare il mondo, su chi ha la consapevolezza che è molto semplice distruggere ciò che si ha per le mani tutti i giorni. L’11 Settembre è lì, è l’origine delle cose, e Richard Matheson che nel 1954 scrisse il romanzo omonimo, non avrebbe potuto immaginarselo così reale.

Dal “gap”, dal buco nero della metropolitana di New York, riemergono i fantasmi e si liberano le paure di tutto ciò che oggi ci destabilizza: le guerre, il terrorismo, la crisi economica. Senza metterlo in scena, il fratello del più celebre Scott, ripensa ossessivamente al 9/11 gettando un ex trader di Wall Street dentro una voragine che permette l’espressione della voce in assenza del corpo. Dentro quella faglia aperta e lungo le linee (architettoniche e metropolitane) che si incontrano e fuggono su un piano di finzione prossimo a quello di realtà, si consuma il dramma di un gruppo di newyorkesi, uno studente che non conosce le parole dell’amore, un ex marines, una mamma vedova di guerra e il suo bambino orfano, impediti nel ventre della città, sotto tonnellate di cavi, acciaio e cemento.