Matthew Poncelet è nel braccio della morte in attesa dell’esecuzione. Insieme a un complice ha ucciso e violentato un ragazzo e una ragazza. Chiede di essere assistito da una suora, per avere un minimo di conforto, ma soprattutto per un aiuto nelle varie petizioni di grazia.

Ostacoli invisibili ma persistenti, però, impediscono all’amore di sbocciare in libertà.Volendo trovare un modello esemplare di tutto ciò che rende speciale il miglior cinema popolare sui sentimenti dell’Estremo Oriente, per le stesse ragioni che decreterebbero il disastro in un’analoga produzione americana, My Sassy Girl calza come nessun altro. Divenuto negli anni prima successo di pubblico, poi cult e infine prototipo di commedia romantica con un tocco di insolito (ma le molteplici derivazioni non sono mai state neanche lontanamente all’altezza dell’originale), My Sassy Girl ha fatto storia per virtù forse poco appariscenti, ma rese indimenticabili dalla felice combinazione di casting e situazioni incastrate come in un mosaico che dà l’impressione di non poter essere riprodotto senza una sola tessera al posto giusto.La struttura è inusuale, con una suddivisione “sportiva” della narrazione in primo tempo, secondo tempo e tempi supplementari, ideale per poter alternare un registro basso commedia quasi slapstick, a base di zoom e velocizzazioni, con gag talvolta ordinarie e uno più solenne, in cui a prevalere è il melò come lo intendono laggiù in Corea. Ossia semplice e minimalista, senza mai lasciar trapelare la mano del burattinaio solitamente pronto a estorcere lacrime dal pubblico con ogni mezzo ma conducendo comunque per mano lo spettatore laddove l’intreccio desideri.

Basterebbe far notare che a cantare la musichetta originale del personaggio, riarrangiata ma riconoscibilissima, c’è un’icona indie come Zooey Deschanel e dovremmo esserci intesi. Ma c’è di più e di meglio. La storia guarda agli esordi di Winnie Pooh, ai corti degli anni Sessanta (poi riuniti a loro volta in un lungo), dove la progressione narrativa procede “a cascata” esattamente come avviene nel gioco infantile, capace di distrarsi ad ogni occasione senza perdersi mai.

Con Jarmush lavora anche in Mystery Train (1989), prima di tornare a recitare in un film di Coppola, Dracula di Bram Stoker (1992).I primi lavoriI suoi dischi d’esordio sono lavori articolati, composti da brani che cantano di temi come la solitudine, l’emarginazione, l’alcolismo.Tom diventa un personaggio, curvo sul suo pianoforte, spesso sbronzo, con la sua voce incatramata da mille sigarette; alterna pezzi dolci e malinconici ad altri taglienti, sincopati, caratterizzati da testi profondi, visionari e poetici.Il suo primo disco, “Closing Time”, esce nel 1973, seguito da “The Heart of Saturday Night” nel 1974 e da “Nighthawks at the Diner”, registrato in un locale nel 1975.Sforna album uno dopo l’altro: “Small Change” (1976), considerato uno dei suoi lavori di maggior levatura, e “Foreign Affairs” (1977), che scoprono una vena più marcatamente jazzata; “Blue Valentine” (1978) e “Heartattack and Vine” (1980), nei quali Waits inizia a modificare leggermente la sua musica, facendo notare una maggior presenza della chitarra nei suoi lavori a svantaggio del pianoforte, che resta comunque molto presente.Alla fine dei tribolati anni settanta Waits tocca quasi il fondo dal punto di vista privato e la sua storia autodistruttiva con un’altra artista “maledetta” come Rickie Lee Jones giunge al capolinea: dopo avere immortalato la sua musa dell’epoca sul cofano della macchina nella copertina di retro dell’album “Blue Valentine” Tom volta pagina sia nella vita privata che in quella artistica.Gli anni 80: la svoltaNegli anni ottanta, Waits decide di esplorare nuove sonorità, riuscendo perfettamente ad uscire dal cliché del personaggio che si era creato e che rischiava di vedersi rimanere cucito addosso per tutta la sua carriera a venire.In questo senso sua moglie Kathleen Brennan risulterà fondamentale, diventando la sua nuova musa, aiutandolo a ritrovare una dimensione e facendogli scoprire le gioie e le responsabilità di avere una famiglia.Adesso scrivono insieme le canzoni ed hanno 3 figli; il maggiore di questi, Casey Xavier, pare voglia seguire le orme del padre: nel “Get Behind The Mule Tour”, datato 1999, si è unito alla band in alcune occasioni sedendosi alla batteria per pezzi impegnativi come “Big in Japan”.Dopo gli anni settanta, i cosiddetti , Waits si cimenta in un ambizioso progetto di Francis Ford Coppola, musicando il film “One from the heart”, insieme a Crystal Gayle, nel 1982 (occasione in cui conobbe la futura moglie). Il film risulterà un flop al botteghino.La svolta professionale della carriera di Waits coincide con il trasferimento alla casa discografica Island Records, dove Tom produce tre lavori, noti anche come “La trilogia di Frank”, nel corso degli anni ottanta. Iniziata con “Swordfishtrombones” del 1983, passando per “Rain Dogs” nel 1985, considerati due dei suoi massimi capolavori, fino ad approdare all’opera teatrale “Franks Wild Years” nel 1987.